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...ECCO QUA LA SIMONA ANTROPOLOGA
Che dire, sicuramente tra tutti i miei viaggi in giro per il mondo, quelli in Africa mi sono rimasti nel cuore, vediamo perché…
Alla veneranda età di 51 anni, posso dire che quando ho iniziato a viaggiare, tanti, tanti anni fa, l’ho fatto come turista, quindi vedendo tante cose belle e interessanti, ma pur sempre cose che un turista DEVE visitare quando si trova fuori dalla sua città. Quindi visite guidate, villaggi turistici o alberghi con centro benessere incluso e tutto ciò che si può desiderare di confortevole quando si sta in vacanza.
Bene, negli ultimi anni ho deciso di scoprire il mondo vero, quello fuori dai villaggi turistici, fuori dalle griglie: la quotidianità della gente comune…e non comune.
Finalmente ho lasciato l’abito della turista per indossare quello della viaggiatrice. Per fare la viaggiatrice ci vuole coraggio, energia e una buona dose di spirito di adattabilità e d’avventura…ma anche un quadernino e una buona macchina fotografica!
In questo viaggio ho visitato il Benin alloggiando durante i primi e gli ultimi giorni presso la Maison de la Joie, una casa famiglia che si trova a Ouidah, dove vivono bambini e donne abbandonati. Inutile dire che già questo è stato un impatto molto forte con la realtà del posto. Lì la figura femminile è fondamentale sotto l’aspetto socio-antropologico e ho potuto vedere con i miei occhi quanta energia mettano le donne nel gestire la famiglia e il lavoro extra-familiare, per esempio nelle attività di commercio o manifatturiere. Le donne non si fermano mai, lavorano sempre, gli uomini invece si prendono molti spazi per loro e soprattutto da dedicare al riposo. All’interno del ménage familiare le donne sono molto spesso vittime di abusi, maltrattamenti e abbandoni. Per questa ragione sono sorte una miriade di Associazioni non governative che danno ospitalità alle donne abbandonate e ai loro figli e garantiscono anche una sorta di “famiglia allargata” e di istruzione ai bambini.
Questo viaggio l’ho progettato e fatto con Francesco, compagno di avventura curioso e instancabile. Per tutta la durata del viaggio, dall’arrivo all’aeroporto di Cotonou alla partenza per rientrare in Italia, abbiamo avuto una macchina con l’autista ed un indigeno a disposizione 24 ore su 24, ciò per poter visitare anche il…non visitabile.
Tutte le mattine lasciavamo di buon ora la Maison per scoprire posti nuovi, mercati, musei, città e villaggi, nel tardo pomeriggio rientravamo alla casa, accolti da uno stuolo di bambini che ci venivano incontro felici di trascorrere qualche ora con noi. All’interno della Maison si respirava, malgrado tutto, un clima di gioia. Avendo nei giorni instaurato un rapporto di amicizia e complicità con le donne, ho colto l’occasione per fare un po’ di educazione sanitaria, con molta cautela essendo loro estremamente riservate sotto la sfera intima, e dunque più inclini all’ascolto che al “raccontarsi”. Anche ai bambini ho insegnato alcune regole di educazione sanitaria che noi consideriamo naturali ed insite nella buona educazione, ma non è così per tutti, e quello che per la nostra cultura può essere logico, non lo è per un’altra, anzi, soprattutto per quanto riguarda il problema della cura, ritengo che ciò che noi consideriamo ovvio non rappresenta un valore assoluto. Tuttavia ho cercato, senza offendere o calpestare la loro cultura, di trasmettergli alcune norme igieniche. Per esempio per loro non era così scontato mettere la mano davanti alla bocca quando si tossisce o si starnutisce, come non è scontato andare a fare pipì in bagno piuttosto che nel giardinetto dove giocano, così tanto comodo e a portata di mano!
Un pomeriggio, grazie alla nostra guida, un indigeno imparentato con una delle guardie del Palazzo Reale di Djougou (nel Nord Benin) siamo andati a far visita al Re. In Benin tutte le città hanno un Re che, sebbene non abbia più un ruolo politico, conserva pur sempre un ruolo molto importante di giudice di pace: è una sorta di mediatore. Vive nella grande Casa Reale con tutte le sue giovani mogli, oramai ne ha undici perché proprio alla fine di febbraio la sua prima moglie, lo ha lasciato per passare a miglior vita.
La Casa Reale è aperta ai cittadini che per ragioni importanti vogliono farsi ricevere, ma all’imbrunire tutti gli uomini devono uscire dal Palazzo, anche i figli maschi grandi e le guardie devono rimanerne fuori. Soltanto il Re, le mogli ed i loro piccoli figli possono dormire all’interno.
Il Re qualche volta può decidere di dormire con una delle giovani mogli, ma preferibilmente dorme da solo. All’interno del Palazzo e davanti alle piccole abitazioni delle mogli, le tombe dei Re precedenti sono spazi di gioco per i bimbi più piccoli e spazi comuni anche per le donne che vi mettono ad asciugare i panni lavati o vi poggiano le scodelle con le pietanze. In sostanza le tombe dei precedenti Re non vengono considerate e venerate come posti sacri, come noi tutti siamo abituati a pensare, ma, al contrario, vengono investite ancora dalla vita, come per continuare a rendere partecipe della vita del Palazzo, chi non c’è più.
Quando muore un Re, le mogli e i figli si trasferiscono nel suo villaggio di provenienza, dove peraltro vivono anche i figli maschi dopo il rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e continuano quindi tutti a far parte della stessa comunità. Meno male che finisce così la loro vita a Corte! Pensate che prima, alla morte di un Re, venivano uccise tutte le sue mogli!
Noi abbiamo portato, come è consuetudine, un dono al Re. Una delle sue mogli ci ha offerto una gustosa bevanda al miglio che è buona norma offrire agli ospiti prima di iniziare il colloquio. Il Re Kpétoni, questo è il suo nome, si è mostrato subito molto aperto e cordiale, ci ha raccontato della sua vita a Palazzo e di come sia sempre impegnato a disbrigare faccende delicate che investono i suoi cittadini. In sostanza le persone, prima di intraprendere una causa civile o penale in tribunale, dopo aver consultato un avvocato, per evitare una condanna, cercano un compromesso attraverso l’intercessione del Re. Sono molti a chiedergli udienza e lui cerca di ascoltare tutti e trovare un compromesso equilibrato. I Re del Benin sono sempre in contatto tra di loro e vengono informati riguardo alle decisioni importanti in merito al Paese, nonostante ci siano Sindaci in tutte le città ed un Governo ai vertici dello Stato.
Ci ha anche raccontato della sua famiglia allargata e con molto rammarico di essere rimasto vedovo da pochi giorni della sua prima e anziana moglie. Insomma, un incontro interessante e costruttivo sotto il punto di vista personale ma anche antropologico.
Il 14 marzo è una giornata molto importante per Djougou perché è la festa della città e la gente arriva anche dai paesi limitrofi: Nigeria, Togo, Burkina, pertanto già nei giorni precedenti si respirava aria di festa. Bene, il giorno prima, il Re, attraverso una delle sue guardie, ci ha fatto avere un invito al Palazzo Reale per partecipare, come suoi ospiti a quella giornata di festa.
…ma la Simona antropologa ha avuto le sue maggiori soddisfazioni quando è entrata in contatto con le etnie primitive!!!
Praticamente sono andata a visitare diverse etnie primitive ma voglio descriverne, seppure brevemente, almeno una: i Taneka. Questo popolo rifiuta categoricamente qualsiasi forma di modernità e da più di trecento anni vive in quel villaggio, nel nord Benin, tra le montagne considerate sacre. Il primo a scoprire questa etnia è stato proprio un italiano, Marco Aime.
La prima persona che abbiamo incontrato è stato lo sciamano. Un personaggio veramente singolare, molto alto, magrissimo, completamente nudo, poggiato su una pelle stava fumando una lunga pipa. Ci ha accolti bene come tutti gli altri del resto. Naturalmente non riuscivamo a comunicare verbalmente perché lì sono tutti analfabeti e parlano solo il loro linguaggio. Solo una ragazza, Nasserine, parla un po’ di francese perché sporadicamente frequenta, insieme a pochissimi altri bambini, una scuola molto lontana dal villaggio. Nasserine sa anche leggere e ci ha chiesto di farle avere qualche libro perché vorrebbe imparare meglio a leggere e scrivere e tentare di insegnarlo agli altri. E’ l’unica che cerca di evolversi ed è molto strano perché questa etnia vuole rimanere primitiva mantenendo infatti certe tradizioni.
Il loro linguaggio è composto da pochi termini ma è animato e arricchito da versi nasali e gutturali e naturalmente non c’è la scrittura.
La nostra guida ci ha accompagnati dal Re del villaggio che ci ha ospitati in una capanna insieme ad una delle sue tre mogli e ad un suo consigliere, un simpatico vecchio che fumava la pipa, a torso nudo e con un pareo di pelle intorno alla vita. Il Re, vestito con una tunica gialla, teneva in mano uno scettro con sopra intarsiate delle raffigurazioni che indicavano la vita del villaggio. Parlava un po’ di francese, così ci ha raccontato, aiutato dalla nostra guida, della vita del villaggio e della sua famiglia. Le sue tre mogli vivono con i figli piccoli in una capanna poco distante dalla sua, mentre quelli più grandi in altre capanne, ma sempre nello stesso villaggio. Il Re assiste a tutti i riti: nascita, matrimonio e riti di passaggio ed è sempre coadiuvato dai suoi consiglieri. E’ in contatto con i Sovrani delle città, attraverso dei messaggeri che gli portano le notizie, proprio come nelle fiabe!
Le donne e gli uomini durante il giorno vanno a lavorare la terra e al villaggio rimangono solo il Re, i vecchi ed i bambini, lo sciamano e le donne con i bambini piccolissimi. All’interno del villaggio c’è tutto ciò di cui necessitano per vivere, alberi da frutta, campi coltivati e un po’ di bestiame. Utilizzano solo attrezzi rudimentali, niente tecnologia, niente elettricità, cucinano con il carbone e fanno uso di erbe per curarsi o lenire il dolore.
Al Sovrano si porta un regalo e dei soldi che servono esclusivamente per comprare medicine o medicamenti fuori dal villaggio in caso di estrema necessità.
Alla fine della visita e dopo una lunga e simpatica chiacchierata, il Re non solo ci ha autorizzato a fare delle foto al villaggio e ai suoi abitanti, ma si è divertito a farsi fotografare insieme a noi, chiedendoci di tornare a trovarlo e portargli una copia della fotografia!
...ECCOMI DI NUOVO
Eccomi di nuovo per rendere gli amici del mio sito, partecipi di un altro viaggio, ma naturalmente racconterò solo uno stralcio dal mio quadernino di bordo!
Qui sono in Ghana. Che dire, non penso si possa affermare che un paese è più o meno bello di un altro. L’Africa è Africa, tutta bella, colorata, musicale, artistica. In Africa la persona si fonde con la natura.
Quando scendo dall’aereo, anzi ancora prima di scendere, non appena metto il naso fuori dal portellone, avverto subito il suo odore e il suo calore, lo sento fuori e dentro di me, mi avvolge. Mentre scendo la scaletta con lo zaino in spalla inizio a liberarmi del foulard intorno al collo e della felpa. Fa caldo, la temperatura ideale per il mio corpo, finalmente!
Sono in Africa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Mi alzo all’alba ogni mattina, non si può perdere un attimo, non si può non ascoltare il canto degli uccelli e respirare certi odori. La giornata per me e Francesco inizia presto, anzi prestissimo, l’alba ha un fascino spettrale, soprattutto nei posti di mare o nella savana.
Siamo a Kumasi, nella regione degli Ashanti ed il sabato è una giornata di grandi festeggiamenti funerari. Assistiamo ad un rito funebre in cui si ricordava una persona scomparsa qualche tempo prima. La piazza era stata predisposta per l’evento, quindi era stato allestito un piccolo palco con dei fiori e la foto del defunto e intorno collocate tutte file di sedie per i parenti e gli ospiti. I colori predominanti erano il rosso, il nero ed il bianco, sia per quanto riguarda gli abiti, che i fiori e gli addobbi.
Durante i riti funebri, i parenti più vicini, come gli zii, i cugini, ma anche gli amici più intimi, indossano dei bellissimi abiti color rosso fuoco, gli altri indossano abiti neri e i piccoli gruppi appartenenti alla Chiesa, vestono di bianco, ma coprono il capo con un foulard nero e appuntano sull’abito una spilla con la foto del defunto. Tutti portano rigorosamente sandali neri lucidi.
Giovani donne entrano in corteo con dei contenitori dorati sulla testa, con doni, acqua, succhi di frutta e foulard per i parenti del defunto. La cerimonia è scandita al ritmo dei djembès.
Tutti i partecipanti alla cerimonia, in segno di rispetto, devono porgere la mano e salutare i parenti seduti in prima fila, naturalmente anche noi abbiamo rispettato questa usanza e gli indigeni sono stati felici di accoglierci e ospitarci nel loro villaggio durante tutta la cerimonia.
Kumasi è definita la seconda capitale del Ghana per il gran numero di distretti, centri, mercati e business. Il sabato c’è un mercato molto grande e importantissimo, praticamente il più grande del West Africa e la gente arriva da tutta la regione per fare buoni acquisti.
Mentre acquistavamo spezie e stoffe, abbiamo avvertito in lontananza una musica e dei canti. 
Ci avviciniamo e, nel bel mezzo del mercato, tra un banco e l’altro una miriade di persone in circolo che suonavano, cantavano e si agitavano con movenze sensuali.
Chiedo notizie.
Incredibile: stavano festeggiando il rito funebre della persona che lavorava in quello spazio nel mercato, e che era venuta a mancare da poco!
Gli africani ritualizzano tutto, ma soprattutto hanno una grande capacità di esorcizzare la morte.
Lo sapete che in Ghana le bare per i defunti sono colorate, incise con swarovski e con fiori multicolori? Sono allegre perché dovranno essere l’ultima dimora per chi è passato a miglior vita, ed il loro colore generalmente rappresenta la persona defunta. Ma c’è di più! Un artigiano (unico in tutto il Ghana) addirittura costruisce le bare a forma di camion, di barca o di fucile, a seconda dell’attività che il defunto aveva svolto prima di passare a miglior vita.
…e non si dica che non hanno fantasia!
A proposito di fantasia, verso il confine tra il Ghana e il Burkina Faso, vive l’etnia dei Gurunzi, precisamente i Kassim a Naurongo e i Nangari a Sirigu, le cui donne sono delle vere artiste, creatrici di splendidi affreschi che decorano le loro case sia all’esterno che all’interno.
In particolare a Naurongo c’è una Chiesa di bellezza spettacolare completamente decorata nel 1920 dalle donne Gurunzi. Madam Lening Seese pare sia stata la precorritrice di questa iniziativa artistica così, negli anni, le altre donne della comunità l’hanno imitata ed ora sono richieste da varie parti del paese per decorare le abitazioni di interi villaggi. All’interno della Chiesa i disegni sono a rilievo con colori opachi e delineati esternamente dal color nero lucido. Rappresentano icone sacre o disegni geometrici, alcuni sembrano mosaici perché formano dei quadretti.
Dopo la stagione delle piogge, le donne Gurunzi dipingono con grandi affreschi murali, usando tinte naturali nei colori bianco, nero e ocra. Ogni decorazione è unica e irripetibile e, sebbene i segni mitologici siano ricorrenti, i simboli e le dimensioni dei disegni sono assolutamente “personalizzati”.
Siamo riusciti a raggiungere il villaggio Gurunzi grazie ad un ragazzino di un villaggio vicino che ci ha accompagnati. Era la prima volta che saliva su un’automobile, non sapeva neppure riaprire la porta per scendere, arrivati a destinazione!
Non è stato facile farsi accogliere dalla comunità, tuttavia il vice capo (il capo era assente) si è consultato con gli altri membri del gruppo e dopo vari rituali ci hanno accolto e permesso di scattare qualche foto. La moglie del capo mi ha salutato con un inchino e inclinando la testa in avanti, io naturalmente ho risposto con la stessa modalità appoggiandomi la mano destra sul cuore in segno di rispetto.
La donna
mi ha fatto visitare la sua casa e mi ha mostrato con molto orgoglio il materiale con il quale dipingono, i colori e i sassi dentro le ciotole che utilizzano per lavorare. Mi ha raccontato che le giovani donne acquisiscono questa tradizione guardando le più anziane; non dipingono mai a tema, ma danno libero sfogo alla loro creatività.
Il loro lavoro viene retribuito con un compenso in natura.
Dinanzi la casa del capo, riposano gli avi e la comunità si rivolge loro per chiedere aiuto in caso di malattia, di carestia, oppure per l’infertilità di una donna. Tuttavia possono essere tanti altri e svariati, i motivi per cui vi si rivolgono e ogni richiesta deve essere accompagnata da un rito sacrificale e più è importante la richiesta, più sarà grande l’animale da sacrificare. In quel momento davanti all’abitazione del capo era appesa la mascella di una vacca, segno indiscutibile della grandiosità della richiesta.
Nel cortile interno, sul muro di una caverna, è dipinto il coccodrillo considerato un loro antenato dunque, secondo la tradizione Gurunzi, la loro anima diventerà tale. In quella caverna avvengono tutti i riti: da quelli di iniziazione a quelli di sacrificio, ma di alcuni altri...non mi ha voluto parlare.
Pare che all’interno della caverna ci siano un serpente ed un coccodrillo, due animali sacri, questo è il motivo per cui, per rispetto, non si deve mai passare davanti all’entrata della stessa. Quando il coccodrillo e il serpente baruffano vuol dire che nel villaggio sta per succedere qualcosa, in sostanza è un cattivo presagio, dunque a qualsiasi ora del giorno o della notte, il capo indice una riunione e per far placare tutto, la comunità stabilisce un altro sacrificio! Ho chiesto alla moglie del capo se la sposa dipinge la propria casa e mi ha raccontato che la dipinge insieme alle altre donne. La casa in cui vivrà dopo il matrimonio è del marito e la loro dimora può essere anche in un altro villaggio. A proposito di matrimonio è interessante notare che i Gurunzi si sposano solo tra di loro, non prevedono i matrimoni misti per salvaguardare la comunità.
Ma quanto costa una moglie? Per far sposare una figlia la famiglia deve predisporre una dote che prevede: 2 vacche; 7 capre; tabacco; bevande; 10 galline faraone. Il marito invece regala alla futura sposa stoffe e abiti.
Mai apparsa più appropriata l’espressione di un genitore alla figlia: “ma quanto mi costi!”
